Le Guerre d’Italia: Carlo VIII e la battaglia di Fornovo

Guerre d'Italia: Battaglia di Fornovo
Guerre d'Italia: Battaglia di Fornovo

Con l’ausilio di fonti storiche autorevoli, proveremo a ripercorrere con questa serie di articoli, quelle che sono passate alla storia con il nome di Guerre d’Italia o Grandi Guerre d’Italia. Ben otto conflitti, combattuti prevalentemente sul suolo italiano nella prima metà del secolo XVI (per la precisione durarono dal 1494 al 1559), e scatenate da alcuni sovrani francesi, che inviarono nella penisola italiana le loro truppe, per far valere i loro diritti ereditari sul Regno di Napoli e successivamente sul Ducato di Milano. Da locali le guerre divennero in breve tempo di scala europea, coinvolgendo, oltre alla Francia, soprattutto la Spagna e il Sacro Romano Impero.

Preludio

Il nostro percorso ha inizio con una scomunica, quella che inflisse Papa Innocenzo VIII al Re di Napoli Ferdinando d’Aragona (meglio conosciuto come Ferrante I), a causa del mancato pagamento di quest’ultimo delle decime ecclesiastiche. Con la bolla dell’11 settembre 1489, il Papa offrì il regno al sovrano francese Carlo VIII. Solo diversi anni dopo (1492), in punto di morte, Papa Innocenzo VIII decise di assolvere Ferdinando, ma il regno rimase comunque un pomo della discordia lanciato nella politica italiana (a questo si aggiunse la morte di Lorenzo de’ Medici, Signore di Firenze e perno della stabilità politica tra gli stati regionali). La rivendicazione del diritto al trono di Napoli da parte di Carlo VIII, in quanto discendente di Maria d’Angiò, non tardò ad arrivare. Il Re di Francia, in prima battuta si assicurò la neutralità delle maggiori potenze europee con una serie di concessioni territoriali e finanziarie: con il trattato di Senlis del 1493 lasciò le regioni dell’Artois e della Franca Contea a Massimiliano I d’Asburgo; con il trattato di Barcellona cedette alla Spagna di Ferdinando d’Aragona la Cerdagna e il Rossiglione lungo il versante francese dei Pirenei, mentre a Enrico VII Tudor promise ingenti elargizioni finanziarie in cambio di un non-intervento inglese. Pacificati i rapporti con le potenze europee, Carlo VIII, indirizzò le risorse della Francia verso la conquista di quel reame, incoraggiato da Ludovico Sforza, detto Il Moro (che ancora non era duca di Milano ma ne era solo reggente) e sollecitato dai suoi consiglieri, Guillaume Briçonnet e de Vers.

Carlo VIII in Italia

Il 2 settembre 1494 Carlo VIII entrò a Susa, dalla quale pochi giorni dopo si allontanò per raggiungere Asti, dominio di Orleans, dove giunsero a fargli visita Ludovico il Moro accompagnato dalla moglie, dai figli e dal suocero. Quest’ultimo, Ercole I d’Este, al fine di ossequiare il sovrano francese, portò con sé un numeroso gruppo di cortigiane, una specifica categoria di donne dotate non soltanto di straordinaria bellezza, ma anche di intelligenza e, dunque, capaci di intrattenere relazioni con uomini di potere. Carlo VIII ebbe rapporti con alcune di loro tanto da ammalarsi di vaiolo, subito dopo la sua dipartita da Asti. Quella del sovrano, si rivelò semplicemente una lieve indisposizione dalla quale guarì in poche settimane. Una volta guarito e incurante della peste che già imperversava in Italia, Carlo VIII si diresse verso Pavia dove conobbe Gian Galeazzo Sforza e sua moglie Isabella d’Aragona (Isabella ne approfittò per scongiurarlo di proteggere la sua famiglia dalle mire di Ludovico Sforza. Tuttavia, un mese dopo questo incontro, il marito Gian Galeazzo Sforza morì, probabilmente avvelenato, e Ludovico il Moro divenne signore di Milano con il benestare dei francesi). Carlo, dapprima intenzionato a percorrere la via Emilia fino alla Romagna, ne venne dissuaso da atteggiamenti bellicosi di Caterina Sforza, signora di Forlì e Imola. Così, dopo una tappa a Piacenza, si diresse verso Firenze. La città era tradizionalmente filo-francese, ma la politica incerta del suo signore, Piero di Lorenzo de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, l’aveva schierata in difesa degli Aragonesi di Napoli. Il pericolo incombente dei saccheggi e delle violenze dell’esercito francese (enfatizzato da una violenta predica di Girolamo Savonarola) accentuò il rancore della maggior parte dei cittadini contro i Medici.

Carlo VIII entrò il 29 ottobre a Fivizzano, saccheggiandola, e pose l’assedio alla rocca di Sarzanello, chiedendo che gli fosse lasciato il passo per Firenze. Piero, all’insaputa della città, gli concesse più di quanto chiedesse: le fortezze di Sarzanello, di Sarzana e di Pietrasanta, le città di Pisa e di Livorno e via libera per Firenze. Tornato a Firenze l’8 novembre, Piero ne fu immediatamente cacciato dai fiorentini, che considerarono il suo atteggiamento vile e servile, e proclamarono la Repubblica. Allo stesso tempo i fiorentini agevolarono l’invasione di Carlo VIII, considerandolo restauratore della loro libertà e riformatore della Chiesa, il cui Papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) era considerato indegno dal Savonarola.

Carlo però, timoroso di inimicarsi le potenze europee, non intendeva deporre il Borgia dal papato. Marciò verso Roma e prese dapprima Civitavecchia. Il 31 dicembre 1494, approfittando di una coincidenza fortunata, ottenne dal papa l’ingresso pacifico nella Città Eterna. L’accordo non risparmiò Roma dai saccheggi delle truppe francesi. Per evitarne un’ulteriore permanenza in città, il 6 gennaio 1495 Alessandro VI accolse Carlo VIII e ne autorizzò il passaggio negli Stati pontifici verso Napoli, affiancandogli come cardinale legato il figlio Cesare Borgia. Il 22 febbraio occupò Napoli praticamente senza combattere: il re Ferdinando II, detto Ferrandino, era già fuggito con tutta la corte in vista di una futura resistenza.

La battaglia di Fornovo

Intanto fervevano le trattative tra alcuni Stati italiani e Massimiliano I d’Asburgo, al fine di cacciare Carlo VIII dal suolo italiano, aderì insieme al papa e al re di Spagna alla lega stretta a Venezia il 31 marzo del 1495. Il suolo italiano si ritrovò nel 1495, dunque, calpestato da eserciti di vari paesi, in particolare di origine spagnola, portatori dell’agente patogeno della sifilide, diffusosi dopo il ritorno di Colombo dalle Americhe. L’anno della massima diffusione e della prima generalizzata attestazione risultò essere il 1496, quando la sifilide si diffuse in città come Napoli, Firenze, Bologna, Pisa, Ferrara. L’esercito francese venne colpito dal morbo e il 20 maggio, Carlo VIII colto il pericolo della minaccia bellica, col sofferente esercito partì da Napoli (marciando in ritirata verso nord diffuse la sifilide in tutta Italia e quindi in tutta Europa; la malattia venne quindi conosciuta nel continente col nome di “Mal francese” e dai francesi col nome di “Mal italiano”) lasciando un presidio e proclamando che il suo unico desiderio era un sicuro ritorno in Francia. Da lì a poco al grido di “ferro! ferro!“, il popolo e le armate napoletane nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno.

Il 6 Luglio 1495, l’esercito della lega intenzionato a catturare Carlo VIII si scontrò con quello francese a Fornovo sul Taro, a una ventina di chilometri dalla città di Parma. Dopo più di un’ora di combattimento i francesi cercarono rifugio su una collina. I veneziani disposti ad inseguirli erano troppo pochi ed entrambi i contendenti si accamparono. I francesi persero più di un migliaio di uomini, mentre i veneziani più di duemila uomini, ma i nobili di entrambe le parti erano isolati o morti. Carlo VIII perse tutto il suo bottino, valutato in più di 300.000 ducati. Venne dichiarata una tregua di un giorno per seppellire i morti. Nella lotta perse la vita anche Rodolfo Gonzaga, figlio del marchese di Mantova Ludovico III Gonzaga, che con la sua discesa in campo intendeva difendere i domini dei Gonzaga dalla minaccia francese. La sera seguente, il Doge Agostino Barbarigo ed il Senato ricevettero un rapporto nel quale veniva detto loro che l’esercito veneziano non aveva perso, ma che il risultato della battaglia era incerto perché c’erano state molte perdite e molti disertori e non erano conosciute le perdite del nemico. L’intera città pensò al peggio, ma il giorno successivo un ulteriore rapporto descrisse l’estensione del saccheggio e la paura dei francesi che supplicavano ora la tregua ora la pace. Comunque fu concesso a Carlo VIII di lasciare l’Italia indisturbato.

Il ritorno in Francia

L’esercito della Lega Antifrancese non ottenne l’annientamento tattico del nemico nonostante fosse in superiorità numerica ed ebbe circa il doppio delle perdite rispetto all’esercito regio – ciò dovuto anche all’abitudine francese di uccidere i cavalieri disarcionati contrariamente al codice bellico italiano che prevedeva salva la vita, dietro riscatto, per il cavaliere caduto dal destriero. Tuttavia nemmeno Carlo VIII poté rivendicare un successo. Infatti l’esercito regio perse tra il dieci e l’undici per cento dei suoi effettivi (mille morti su nove/diecimila uomini) oltre che tutte le salmerie ed il tesoro reale, fu un duro colpo all’efficienza bellica dell’esercito francese. La ritirata di Carlo VIII non fu verso la Francia, come comunemente raccontato, ma verso Asti. Qui arrivò, il 15 luglio, dopo aver percorso duecento chilometri in sette giorni, con la truppa alla fame. Il re si chiuse in città e rimase sordo alle richieste di aiuto del Duca d’Orléans, asserragliato a Novara ed assediato dalla Lega Antifrancese. Questo atteggiamento fu dovuto soprattutto al fatto che non disponeva più né delle forze né del denaro per affrontare una nuova battaglia campale ed infatti il suo esercito non combatté più. Infine il re di Francia si spostò a Torino dove negoziò con Ludovico il Moro il ritorno in patria. Il 22 ottobre 1495 Carlo VIII lasciò Torino ed il 27 era già a Grenoble.

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